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Gli agenti AI vogliono il tuo portafoglio (e un telefono tutto loro)

Questa settimana gli agenti AI hanno smesso di essere un concetto astratto e hanno iniziato a cercarsi un corpo fisico e un conto corrente. OpenAI progetta un telefono senza app, ARK Invest stima 8.000 miliardi di dollari in transazioni autonome entro il 2030, Meta prepara lo shopping automatico su Instagram, e intanto in Italia c'è chi costruisce agenti che propongono ai responsabili umani come migliorare il lavoro.

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Il telefono senza app

Sam Altman ha detto una cosa che mi è rimasta in testa. Ha paragonato lo smartphone attuale a Times Square: un bombardamento di informazioni, attenzione frammentata ovunque. E il dispositivo che OpenAI vuole costruire? "Un cottage in riva al lago". Ecco, a parte l'immagine un po' da catalogo Airbnb, il punto è serio. Perché non sta parlando di un telefono migliore. Sta parlando di un telefono diverso.

Secondo l'analista Ming-Chi Kuo, OpenAI potrebbe avviare la produzione di massa del suo primo smartphone nella prima metà del 2027. Non 2029, non "un giorno". Tra meno di due anni. Il dispositivo, sviluppato con Jony Ive (sì, quello dell'iPhone), dovrebbe usare un chip MediaTek Dimensity 9600 personalizzato, prodotto da TSMC. L'obiettivo dichiarato è vendere 30 milioni di unità tra il 2027 e il 2028, con Luxshare come partner manifatturiero.

Il punto però forse è un altro. Questo non è un telefono con un assistente AI dentro. È un telefono progettato per gli agenti AI. Come riporta la Repubblica, il concetto di "agent-phone" prevede un'interazione basata su comandi vocali e agenti autonomi, non su griglie di icone e notifiche. Niente app nel senso tradizionale. L'utente descrive cosa vuole, l'agente lo fa.

Tecnicamente, è affascinante. Praticamente, è una scommessa enorme. Kuo stesso suggerisce che la mossa potrebbe essere motivata dalla necessità di costruire una "narrativa favorevole" per l'IPO di OpenAI prevista entro fine anno. E qui la faccenda si fa interessante: stai costruendo un prodotto perché ci credi o perché hai bisogno di qualcosa di tangibile da mostrare agli investitori? Probabilmente entrambe le cose, e non c'è niente di male. Ma è bene saperlo.

La vera domanda è se il mondo è pronto a comprare un telefono che non funziona come un telefono. Apple ha impiegato anni a convincere la gente che un telefono poteva essere un computer. OpenAI deve convincerla che un computer può smettere di sembrare un computer. Auguri.

8.000 miliardi di motivi per prestare attenzione

Mentre OpenAI costruisce il corpo, qualcun altro sta costruendo il portafoglio. ARK Invest, nel suo rapporto Big Ideas 2026, ha messo un numero preciso sulla tavola: 8.000 miliardi di dollari di transazioni facilitate da agenti AI entro il 2030. Otto. Mila. Miliardi.

Per dare un contesto: secondo ARK, gli agenti AI gestiscono oggi circa il 2% della spesa digitale globale. Entro il 2030, questa quota dovrebbe salire al 25%. Non è una crescita lineare, è una curva esponenziale che presuppone un cambiamento radicale nel comportamento dei consumatori. E qui sta il punto critico: non basta che la tecnologia funzioni, serve che la gente si fidi abbastanza da lasciare che un agente spenda soldi per conto suo.

Il rapporto di ARK contiene un altro dato che merita attenzione. La ricerca su Internet alimentata dall'AI potrebbe passare dal 10% del traffico globale nel 2025 al 65% entro il 2030. E la pubblicità legata a queste ricerche cresce del 50% su base annua. Diciamocelo: se questi numeri si avvicinano anche solo alla metà della realtà, stiamo parlando della più grande redistribuzione di valore nel commercio digitale dai tempi dell'iPhone.

Charles Hoskinson, fondatore di Cardano, ha aggiunto un pezzo al puzzle in un'intervista riportata da CoinDesk: secondo lui, Google, Amazon e Facebook sono "terrorizzati" perché gli agenti AI non si comporteranno come gli esseri umani di fronte alla pubblicità. Un agente non si fa distrarre da un banner. Non clicca per curiosità. Non compra d'impulso perché ha visto un influencer. Cerca il miglior rapporto qualità-prezzo e basta. Se questo è vero (e ha senso che lo sia), l'intero modello pubblicitario del web è a rischio.

E quindi? Il punto non è se gli agenti AI faranno shopping per noi. Lo faranno. Il punto è chi controllerà l'infrastruttura dei pagamenti, chi deciderà quali prodotti l'agente "vede" e quali no, e come si monetizza un ecosistema dove il cliente non guarda più lo schermo. Questo è il vero campo di battaglia dei prossimi cinque anni.

Meta gioca d'anticipo su Instagram

Meta non sta a guardare. Secondo Il Sole 24 ORE, l'azienda di Zuckerberg sta sviluppando un progetto interno chiamato Hatch: un agente AI capace di operare autonomamente per conto dell'utente, non solo rispondere a domande come un chatbot tradizionale. L'obiettivo è trasformare le piattaforme social in assistenti digitali che eseguono compiti complessi, incluso lo shopping automatizzato su Instagram.

La mossa è intelligente per un motivo preciso. Meta ha già il luogo dove la gente scopre i prodotti. Ha già i dati su cosa piace a chi. Ha già le relazioni con i brand. L'unico pezzo che manca è l'agente che chiude il cerchio: vedi qualcosa, l'agente lo compra per te, fine. Niente più "link in bio", niente più redirect a siti esterni, niente più carrelli abbandonati.

Se ci pensate, è la risposta perfetta alla minaccia descritta da Hoskinson. Se gli agenti AI bypassano la pubblicità tradizionale, Meta deve assicurarsi che i suoi agenti siano quelli che fanno gli acquisti. Non puoi perdere il controllo del funnel se sei tu a gestire l'agente che ci sta dentro. È una strategia difensiva travestita da innovazione (e sì, lo so come suona, ma è esattamente quello che sta succedendo).

L'Italia che non aspetta

In mezzo a queste manovre da miliardi, c'è una storia italiana che merita spazio. Il Corriere della Sera racconta il caso di indigo.ai, piattaforma italiana che crea assistenti virtuali per la gestione dei clienti. Il CEO Gianluca Maruzzella ha presentato al Netcomm Forum del 6 maggio qualcosa di concreto e, a mio avviso, sottovalutato: i "Self improving agent".

L'idea è questa. Immaginate una compagnia assicurativa che gestisce centinaia di sinistri al giorno tramite agenti AI. Fin qui, niente di nuovo. La novità è che indigo.ai ha creato altri agenti che osservano quelli operativi. Leggono, ascoltano, analizzano le conversazioni della giornata. E ogni sera propongono ai manager umani miglioramenti specifici su come gestire le domande, ottimizzare i processi, ridurre gli errori.

È un concetto che in giapponese si chiamerebbe kaizen: miglioramento continuo, incrementale, dal basso. Solo che qui il "basso" non è l'operaio sulla linea di montaggio, è un agente AI che monitora un altro agente AI. La parte interessante è la continuità: gli agenti analizzano le conversazioni ogni giorno e preparano proposte di miglioramento. I manager restano responsabili di valutarle e decidere quali applicare.

Ecco, mentre tutti parlano di telefoni del futuro e transazioni da migliaia di miliardi, c'è chi in Italia sta costruendo agenti che rendono le aziende un po' più intelligenti ogni 24 ore. Meno glamour, più sostanza. E probabilmente più impatto reale nel breve termine di qualsiasi agent-phone.

Il filo che lega tutto

Se guardate queste notizie una per una, sembrano cose diverse. Un telefono, una previsione finanziaria, un progetto social, una startup italiana. Ma il filo è lo stesso: gli agenti AI stanno cercando un punto di contatto con il mondo fisico. Hanno bisogno di un corpo (il telefono di OpenAI), di un portafoglio (le infrastrutture di pagamento di cui parla ARK), di un luogo dove incontrare i consumatori (Instagram per Meta), e di un modo per proporre ai responsabili umani come migliorare il lavoro (gli agenti di indigo.ai).

Siamo in quella fase in cui la tecnologia funziona abbastanza bene da essere utile, ma non abbastanza bene da essere invisibile. È il momento più interessante, e anche il più rischioso. Chi costruisce adesso l'infrastruttura giusta (pagamenti, interfacce, protocolli di fiducia) si prende il mercato per i prossimi dieci anni. Chi aspetta di vedere come va, si ritroverà a rincorrere.

Il dato di ARK che mi resta in testa non è quello sugli 8.000 miliardi. È quello sulla pubblicità: la monetizzazione dell'AI nella ricerca segue con circa due anni di ritardo rispetto all'adozione. Due anni. Significa che chi si muove oggi sul commercio agentico sta costruendo su un terreno che non ha ancora un modello di business stabile. È un atto di fede calcolato, non una certezza. Ma d'altra parte, anche aprire un negozio su Internet nel 1998 sembrava un atto di fede. Provate a dirlo a Jeff Bezos.